Bronte, il Ciclope dell’Etna

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Il termine greco ‘Brontes’ vuol dire ‘tonante’ e la leggenda racconta che Bronte era uno dei ciclopi, figlio del dio Nettuno, che nelle viscere infuocate dell’Etna fabbricava i fulmini. Nella parte a nord-ovest dell’Etna, tra un’eccezionale varietà di alberi da frutto, sorge Bronte con i suoi 20.000 abitanti che, da secoli ormai, vivono sentendo pulsare il cuore del vulcano e attingono ogni giorno l’invidiabile forza che li rende vivi, operosi, eclettici e dinamici.

Entrando a Bronte non c’è luogo, pietra o monumento che non ricordi il folgorante passato che negli anni ha contribuito a erigere la storia di questo piccolo paese.

Le dominazioni sono state moltissime, dai Sicani, ai Siculi, Svevi, Angioini, Borboni e ancora ai Saraceni che regalarono a Bronte il suo tesoro più prezioso, “l’oro verde”, il pistacchio e che, così come crearono ciò che sarebbe diventata una delle principali fonti dell’economia brontese, sparsero anche tanto sangue e violenza.

Il Comune di Bronte sorge di fatto nel 1535, quando Carlo V riunì i 24 casali preesistenti in un’unica università, che chiamò “Bronte” (Fidelissima Brontis Universitas). Nel 1636 le angherie che gli ufficiali di Randazzo esercitavano sui brontesi, determinarono una rivolta, con a capo Matteo Di Pace e ancora  una volta placata col sangue dei cittadini di Bronte.

Da quanto si può ben capire Bronte ha vissuto un passato di cui ancora risuona il fragore delle armi, ma forse, tanta violenza insieme a altrettanta determinazione, da parte dei brontesi, nell’attaccamento alla propria terra, alle proprie tradizioni e alle proprie origini, hanno creato delle fondamenta salde e sicure, ricche dell’orgoglio dei cittadini stessi che mai avrebbero permesso che qualcuno portasse loro via la loro amata culla natìa.

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