Agrigento di Luigi Pirandello, l’uomo venuto dal caos

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Dell’Akragas dei Greci, dell’Agrigentum dei Romani, della Kerkent dei Musulmani la Girgenti di Pirandello (denominata Agrigento dal 1929) ne raccoglie solo i resti miserevoli, come egli stesso diceva: “silenziosa e attonita superstite nel vuoto di un tempo senza vicende nell’abbandono d’una miseria senza riparo”

Pirandello non è semplicemente siciliano. Nasce ad Agrigento e precisamente nella contrada denominata “Caos”, come sottolinea in parte della sua autobiografia: “Io son figlio del Caos; e non allegoricamente, ma in giusta realtà, perché son nato in una nostra campagna, che trovasi presso ad un intricato bosco denominato, in forma dialettale, Càvusu dagli abitanti di Girgenti, corruzione dialettale del genuino e antico vocabolo greco Kaos”. Pirandello assorbe da Agrigento e dalla Sicilia in generale, usi e costumi, tradizioni, superstizioni e, fattore ancora più importante, l’atteggiamento umoristico nei confronti del della realtà e riporta la sua città nei suoi tanti romanzi: ne L’esclusa, come ne Il fu Mattia

Pascal, ne La Madonnina, come ne La veste lunga, in Uno, nessuno e centomila e in molte altre opere tra narrativa e teatro ma in soprattutto ne I vecchi e i giovani, romanzo vicino per molti versi al verismo dei conterranei De Roberto, Capuana e Verga.

La visione che Pirandello ci dà di Agrigento è una versione decadente che va a rispecchiare poi quello che tutt’ora è la città, ricca di quel fatalismo di verghiana memoria che contraddistingue un po’ l’animo stesso dei siciliani da secoli.

Agrigento e Pirandello sono quasi inscindibili e un viaggio in quei luoghi non può prescindere dalla visita alla casa di Luigi Pirandello, ormai diventata Museo.

“… sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti dove nacqui”.

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